Le associazioni di categoria dei datori di lavoro domestico hanno presentato al Governo, in vista della conversione in legge del Dl 18/2020 e dell’adozione del decreto del ministero del Lavoro, una serie di proposte per ampliare, anche al settore domestico, forme specifiche di tutela per i lavoratori domestici che hanno smesso di lavorare a causa dell’epidemia

Alcune di queste indicazioni sono:

  1. Estensione della cassa integrazione in deroga ai lavoratori domestici
  2. Deducibilità delle retribuzioni di colf e badanti (per favorire l’emersione del nero, soprattutto al sud)
  3. Misure di contrasto dell’evasione contributiva
  4. Sanatoria per i lavoratori senza permesso di soggiorno.

Al momento, l’unica forma di aiuto che è stata introdotta per i due milioni di famiglie che in Italia impiegano un lavoratore domestico (860mila in regola e altri 1,2 milioni stimati in nero), è la proroga al 10 giugno del versamento dei contributi in scadenza tra il 23 febbraio e il 31 maggio. Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo ha annunciato che nel prossimo “decreto di aprile” verrà introdotta una forma di ammortizzatore sociale per i lavoratori del settore, da tutelare anche in caso di malattia o quarantena.

Le richieste delle associazioni puntano a permettere alle famiglie di sospendere la prestazione di lavoro a causa dell’epidemia da coronavirus senza dover licenziare i lavoratori, con un ammortizzatore sociale rapido e sburocratizzato. Ad oggi, il contratto di categoria, non prevede la copertura economica totale nemmeno per i giorni di malattia ma solo pochi giorni a carico della famiglia.

Fino al mese di marzo le famiglie hanno provato a tenere in servizio i lavoratori tutelando il rapporto di lavoro e garantendo la retribuzione, usando ferie o permessi. Ma in assenza di aiuti concreti il rischio è che le famiglie non riescano a proseguire per i mesi successivi e proprio per questo, oltre a una forma di sostegno al reddito dei lavoratori, è essenziale che sia introdotto un aiuto anche per le famiglie datrici di lavoro.

Il rischio licenziamenti riguarda soprattutto i 200mila datori che hanno rapporti di lavoro superiori a 35 ore settimanali, con costi mensili per i domestici che arrivano mediamente intorno ai 1.250 euro.

Dopo le prime ore di incertezza sugli effetti del lockdown per colf, badanti e babysitter il ministero dell’Interno e la Prefettura hanno chiarito che questi lavoratori possono continuare a lavorare nelle abitazioni dei propri datori, muniti di autodichiarazione e nel rispetto dei protocolli di prevenzione sanitaria che prevedono l’uso di mascherine e il distanziamento sociale e delle uscite solo per casi di necessità.

Ma ad oggi, quali soluzioni hanno adottato le famiglie?

L’anticipo delle ferie:

Il lavoratore domestico, per ogni anno di servizio presso lo stesso datore, e indipendentemente dalla durata e dalla distribuzione dell’orario di lavoro, ha diritto a 26 giorni di ferie retribuite. La famiglia può concordare con il lavoratore domestico di anticipare le ferie a queste settimane, per limitare i rischi di diffusione del Covid 19. È una soluzione che salva la retribuzione ma è svantaggiosa soprattutto per le lavoratrici straniere: spesso usano infatti le ferie per ritornare al proprio Paese. Nei mesi estivi, si ritroveranno senza più ferie retribuite da utilizzare.

L’ “aspettativa” retribuita:

In queste settimane le famiglie possono usare una strada offerta dall’articolo 19 del Ccnl del Lavoro domestico: la sospensione extraferiale del rapporto per esigenze del datore di lavoro. In pratica, un periodo nel quale il lavoratore domestico non svolge la sua prestazione ma viene regolarmente retribuito. È bene scrivere una lettera per il lavoratore, che la deve sottoscrivere, per fissare il periodo di sospensione (causata dall’emergenza sanitaria) e la data di ripresa del servizio.

L’ “aspettativa” non retribuita:

Un’altra chance per le famiglie, in assenza della prestazione di lavoro domestico, è quella di far usare al lavoratore un periodo di assenza non retribuito. Una soluzione non vantaggiosa per il lavoratore, che resta senza stipendio, ma che preserva comunque il rapporto di lavoro, esattamente come quando si applica una sospensione extraferiale. In questo periodo, il datore è esonerato dal versamento dei contributi e anche dall’accantonamento di tredicesima, ferie e Tfr, che non maturano.

Il licenziamento:

La famiglia può licenziare il lavoratore domestico osservando solo l’obbligo del preavviso (in mancanza, si deve versare la retribuzione relativa al preavviso non concesso). Se il rapporto prevede più di 25 ore settimanali, il preavviso del datore è di 15 giorni fino a 5 anni di anzianità del lavoratore e di 30 giorni oltre i 5 anni di anzianità. Per i rapporti di lavoro sotto 25 ore settimanali il preavviso è di 8 giorni fino a due anni di anzianità e di 15 giorni oltre i due anni di anzianità. Al lavoratore licenziato spetta la Naspi da richiedere entro 128 giorni dalla cessazione. La famiglia deve considerare bene, però, i rischi legati al fatto di interrompere un rapporto di lavoro consolidato, o con figure essenziali per l’assistenza a persone anziane o disabili.

Il voucher baby sitter:

Per la nicchia di famiglie con entrambi i genitori al lavoro (anche in modalità smart) che hanno arruolato in queste settimane una babysitter è possibile chiedere il voucher da 600 euro (mille per operatori sanitari e personale di sicurezza). Il voucher, però, è erogato tramite il libretto famiglia per le prestazioni occasionali e, per chi ha già un contratto va utilizzato solo per coprire le ore “extra” rispetto al normale orario di lavoro.

Fonti. Assoc. Datoriali e Il Sole 24 ore

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